Lavanda in Veneto

coltivazione, storia, usi e cucina

Campo di lavanda in Veneto durante la fioritura

Dai campi viola del Polesine alle colline vicentine: ecco come nasce la lavanda veneta e come si usa anche in cucina

Quando pensiamo alla lavanda, la prima immagine che ci viene in mente è quasi sempre la Provenza, con quelle infinite distese viola che sembrano uscite da una cartolina.

Ma per vedere un bel campo di lavanda non serve necessariamente andare in Francia.

Anche il Veneto ha le sue coltivazioni di lavanda e, negli ultimi anni, questa pianta profumatissima ha conquistato agricoltori, appassionati, fotografi e curiosi. Dal Polesine alle colline vicentine, stanno nascendo piccole realtà agricole che trasformano i fiori in prodotti profumati, cosmetici, essenze e, quando si utilizza lavanda adatta all’uso alimentare, anche in specialità da portare a tavola.

Attenzione però: la lavanda non è una DOP o una IGP del Veneto. È più corretto parlare di una coltivazione agricola locale, oggi presente in diverse realtà della regione.

Dove si coltiva la lavanda in Veneto?

Uno dei territori che più hanno fatto conoscere la lavanda veneta è il Polesine, nel territorio del Delta del Po.

L’articolo originale de Il Buon Veneto citava in particolare Ca’ Mello, nel comune di Porto Tolle, dove alcuni anni fa un’azienda agricola coltivava circa due ettari di lavanda. La coltivazione aveva attirato moltissimi visitatori, trasformando per qualche giorno i campi in una vera attrazione turistica.

La lavanda, però, non è soltanto una storia del Polesine.

Anche nel Vicentino troviamo aziende che la coltivano e la trasformano. Un esempio è il Lavandeto della Lobia, dove la lavanda viene raccolta a mano e destinata alla produzione di fiori essiccati, oli essenziali e idrolati.

Sempre in provincia di Vicenza, la rete regionale delle Piccole Produzioni Locali (PPL Veneto) segnala aziende agricole che coltivano lavanda officinale insieme ad altre produzioni agricole.

Insomma, la lavanda veneta esiste eccome, ma non dobbiamo immaginarla come una gigantesca coltura uniforme: si tratta soprattutto di piccole e medie realtà agricole, spesso legate alla vendita diretta, alla trasformazione artigianale e al turismo rurale.

Com’è la pianta della lavanda?

La lavanda appartiene alla famiglia delle Lamiaceae ed è un arbusto sempreverde, con foglie strette e grigio-verdi e caratteristiche spighe di piccoli fiori viola, lilla o azzurro-violacei.

La specie più conosciuta per la lavanda officinale è Lavandula angustifolia, mentre esistono molte altre specie e ibridi, tra cui il lavandino, ottenuto dall’incrocio tra Lavandula angustifolia e Lavandula latifolia.

È una pianta piuttosto rustica: ama il sole, i terreni ben drenati e non ha bisogno di grandi quantità d’acqua.

Ed è proprio questa sua capacità di adattarsi a condizioni relativamente asciutte a renderla interessante anche per alcune realtà agricole.

Quando fiorisce la lavanda?

Il periodo più spettacolare è generalmente quello della fioritura estiva, anche se il momento preciso cambia in base alla specie, alla varietà, all’altitudine e all’andamento della stagione.

In molte coltivazioni venete la raccolta si concentra tra giugno e luglio.

È il momento in cui i campi cambiano completamente aspetto: il verde lascia spazio al viola e l’aria si riempie del caratteristico profumo.

Nel Delta del Po questo spettacolo ha anche un fascino particolare. Immaginate un campo viola circondato da campagne, corsi d’acqua, canali e paesaggi tipici del Polesine: niente male per una passeggiata estiva, vero?

Come si coltiva la lavanda?

La lavanda non è una pianta particolarmente difficile da coltivare, ma vuole soprattutto sole e terreno drenante.

Nelle coltivazioni agricole le piante vengono disposte in file lasciando spazio sufficiente perché i cespugli possano svilupparsi. La distanza dipende dalla varietà, dal tipo di terreno e dalla tecnica adottata.

Una volta cresciuta, la pianta può rimanere produttiva per diversi anni.

La raccolta può essere fatta manualmente oppure con apposite attrezzature, a seconda delle dimensioni della coltivazione e dell’utilizzo previsto.

Se i fiori devono essere essiccati, vengono generalmente raccolti e lasciati asciugare in luoghi ventilati e al riparo dalla luce diretta.

Nel Lavandeto della Lobia, per esempio, la raccolta viene effettuata a mano e una parte della produzione viene essiccata, mentre un’altra viene distillata direttamente in azienda per ottenere oli essenziali e idrolati.

Dalla lavanda all’olio essenziale

Uno degli utilizzi più conosciuti è proprio la produzione di olio essenziale di lavanda.

I fiori appena raccolti vengono sottoposti alla distillazione in corrente di vapore. Il risultato è un’essenza molto concentrata e profumatissima.

Dalla stessa lavorazione si ottiene anche l’idrolato, chiamato comunemente acqua aromatica.

Ma attenzione a una cosa importante: olio essenziale e alimento non sono la stessa cosa. Un olio essenziale destinato alla profumeria o alla cosmetica non deve essere utilizzato automaticamente in cucina.

Per cucinare è necessario utilizzare esclusivamente prodotti espressamente destinati all’uso alimentare.

La lavanda nella storia

La storia della lavanda è molto più antica della sua recente diffusione nei campi veneti.

Il suo nome viene generalmente collegato al latino lavare, proprio perché la pianta veniva utilizzata per profumare l’acqua e gli ambienti.

Le fonti antiche citano piante aromatiche riconducibili al genere Lavandula, anche se identificare con assoluta certezza le specie descritte dagli autori dell’antichità non è sempre possibile.

Per questo è meglio non dire che la lavanda veniva coltivata “fin dall’antichità sulle colline venete”, come faceva il vecchio articolo.

La storia documentata è più prudente: la lavanda è una pianta di antica tradizione mediterranea, mentre la sua coltivazione agricola in Veneto è una realtà molto più recente.

Ed è proprio questo che rende interessante la sua storia: una pianta antica che sta trovando nuove possibilità in un territorio diverso da quelli tradizionalmente associati alla sua produzione.

Lavanda in Veneto: anche in cucina?

Sì, ma con una raccomandazione fondamentale.

Non tutti i fiori di lavanda sono automaticamente destinati all’alimentazione. Se volete usarli in cucina, scegliete lavanda per uso alimentare, proveniente da una filiera adatta a questo impiego.

Il profumo è molto intenso e quindi in cucina bisogna andarci piano.

Pochi fiori possono bastare per aromatizzare:

  • biscotti e frolle;
  • torte e muffin;
  • creme e gelati;
  • miele;
  • tisane e infusi;
  • alcune preparazioni a base di frutta;
  • piatti salati, soprattutto con carni bianche;
  • alcuni risotti.

Il risotto alla lavanda è probabilmente una delle preparazioni più curiose: basta una quantità molto piccola per dare al piatto un profumo floreale particolare.

La lavanda può essere abbinata bene anche al limone, al miele e ad alcuni formaggi, creando contrasti interessanti tra dolce, aromatico e sapido.

Una curiosità: perché bisogna usarne poca?

Perché il suo aroma è potentissimo.

Il rischio è quello di trasformare un buon biscotto o un risotto in qualcosa che ricorda più un profumo che un piatto!

In cucina la lavanda va quindi considerata come una spezia: deve accompagnare gli altri ingredienti, non coprirli.

E ancora una volta: per le preparazioni alimentari bisogna scegliere fiori destinati all’uso culinario.

Lavanda veneta e lavanda della Provenza: sono la stessa cosa?

Non proprio.

La Provenza è famosa in tutto il mondo per la lavanda e per una filiera molto più sviluppata, legata alla produzione di essenze, cosmetici e turismo.

In Italia esistono invece diverse aree di coltivazione, con tradizioni particolarmente importanti soprattutto in alcune zone del Nord-Ovest, come Liguria e Piemonte. In alcune di queste aree la coltivazione per l’estrazione dell’essenza ha una storia consolidata.

La lavanda veneta si inserisce in questo panorama con caratteristiche diverse: coltivazioni spesso più piccole, aziende multifunzionali, vendita diretta, prodotti artigianali e soprattutto una forte componente legata al turismo rurale e fotografico.

Quindi non ha molto senso chiedersi quale sia “la migliore”.

La vera differenza sta soprattutto nel territorio, nella varietà coltivata, nell’uso della pianta e nel metodo di trasformazione.

La lavanda può diventare un prodotto tipico veneto?

Qui bisogna fare una distinzione.

La lavanda non è oggi una delle grandi specialità agroalimentari riconosciute del Veneto come possono essere, per esempio, il Radicchio Rosso di Treviso IGP, il Riso Nano Vialone Veronese IGP o l’Asparago Bianco di Bassano DOP.

Ma può essere considerata una interessante produzione agricola locale veneta, soprattutto quando viene coltivata, trasformata e venduta direttamente dalle aziende del territorio.

Ed è proprio questo il bello della nostra agricoltura: non esistono soltanto i prodotti più famosi e antichi. Ci sono anche nuove coltivazioni che cercano il loro spazio e che possono diventare una curiosità del territorio.

Dove vedere la lavanda in Veneto?

Il Polesine e il Delta del Po sono stati tra i territori più conosciuti per i campi di lavanda, mentre nel Vicentino sono presenti diverse realtà agricole e lavandeti.

Prima di partire, però, conviene sempre verificare direttamente con l’azienda se il campo è visitabile e qual è il periodo di fioritura.

La fioritura, infatti, non segue un calendario identico ogni anno.

La lavanda veneta: una bella sorpresa

Insomma, la lavanda in Veneto è una storia ancora relativamente giovane, ma già capace di regalare paesaggi spettacolari e nuove opportunità agricole.

Dal Delta del Po alle colline vicentine, questa pianta profumatissima viene coltivata, raccolta ed essiccata oppure trasformata in oli essenziali, idrolati e prodotti artigianali.

E per chi ama la cucina, c’è anche un piccolo mondo da scoprire: biscotti, dolci, infusi e piatti salati possono diventare molto particolari con un semplice tocco di lavanda.

La regola, però, è sempre la stessa: poca, buona e adatta all’uso alimentare.

Perché la lavanda è come un buon profumo: quando è dosata bene, basta una piccola quantità per lasciare il segno.

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